Nella mitologia cherokee del Sud-Est nordamericano, Uktena è un serpente cornuto di proporzioni immense, lungo quanto un tronco d’albero e ricoperto di scaglie iridescenti, la cui fronte porta incastonata una gemma cristallina di potere straordinario chiamata Ulunsuti, la stella splendente. La creatura viene descritta come un tempo umana o quasi, trasformata in mostro da uno stregone che tentò di sconfiggere il Sole e fallì miseramente, condannando così la propria progenie a un’esistenza mostruosa e pericolosa per l’intera comunità.
Il corpo di Uktena è descritto nei racconti tradizionali come attraversato da anelli colorati simili ad arcobaleni e da macchie che brillano come stelle, mentre attorno al collo porta un cerchio di corna ramificate simile a quelle di un cervo. Il suo sguardo, secondo la tradizione, è letale quanto il suo morso: chiunque incroci gli occhi della creatura viene attirato irresistibilmente verso di essa, cadendo in trance fino a essere divorato, un potere che rende Uktena uno dei pericoli più temuti nelle acque profonde e nelle caverne montane dove si dice risieda.
Al centro di molti racconti cherokee vi è il tentativo, compiuto da eroi e sciamani coraggiosi, di impossessarsi dell’Ulunsuti incastonato sulla fronte del serpente: chi riesce a ottenere questa pietra, senza soccombere al veleno o allo sguardo ipnotico della creatura, acquisisce poteri divinatori straordinari, capaci di rivelare il futuro, individuare nemici nascosti e garantire successo nella caccia e in guerra. La pietra deve però essere nutrita regolarmente con sangue, pena la sua perdita di potere o addirittura la morte del suo custode, rendendo il possesso dell’Ulunsuti un dono tanto ambito quanto gravoso.
Uktena appartiene a una famiglia di grandi serpenti cornuti e creature acquatiche pericolose diffusa in tutto il Sud-Est e le regioni dei Grandi Laghi del continente nordamericano: presso i popoli Ojibwe della regione superiore lacustre, un ruolo per molti versi affine è occupato da Mishipeshu, il grande felino-serpente delle acque profonde, anch’esso custode di poteri pericolosi e responsabile di annegamenti e tempeste improvvise. Il confronto tra le due figure, sviluppate da tradizioni linguisticamente distanti, testimonia una preoccupazione condivisa dai popoli nativi per le acque profonde come dimora di forze ambivalenti, insieme generose e letali.
Nei racconti in cui compare accanto alle grandi figure agricole della tradizione cherokee, come Selu, la madre del mais che dona il nutrimento alla comunità, Uktena rappresenta il rovescio oscuro dell’abbondanza: mentre Selu offre generosamente la propria carne trasformata in raccolto, Uktena minaccia di sottrarre vite umane con l’inganno del proprio sguardo, in un’opposizione simbolica tra il dono che sostiene la vita e l’insidia che la consuma.
Le tracce della sua presenza sopravvivono ancora oggi nella toponomastica e nei racconti tramandati dalle comunità cherokee orientali e occidentali, spesso associate a specifiche caverne, sorgenti o anse fluviali considerate pericolose. Gli anziani continuano a raccontare la storia di Uktena come monito contro l’arroganza di chi cerca poteri sproporzionati senza comprenderne appieno il prezzo, un tema che attraversa gran parte della narrativa morale cherokee sui limiti della conoscenza umana.
