Periodo storico
Fonti
Apollonio Rodio, Argonautiche; Virgilio, Eneide

Arpia

Le Arpie sono creature ibride greche con volto di donna e corpo di rapace, tormentatrici del veggente Fineo, scacciate dagli Argonauti durante il viaggio di Giasone verso la Colchide.

Le Arpie sono, nella mitologia greca, creature ibride con volto e busto di donna e corpo, ali e artigli di rapace, personificazioni di venti tempestosi e rapidissimi, il cui nome significa letteralmente “rapitrici”.

Il mito più celebre che le riguarda coinvolge il veggente cieco Fineo, punito dagli dèi con la presenza tormentosa delle Arpie, che gli sottraggono o contaminano ogni cibo prima che possa nutrirsene, condannandolo a un’agonia perpetua di fame nonostante l’abbondanza apparente della sua tavola.

La liberazione di Fineo arriva grazie agli Argonauti guidati da Giasone durante il loro viaggio verso la Colchide: i gemelli alati Zete e Calaide, membri della spedizione, inseguono le Arpie fino a scacciarle definitivamente, permettendo finalmente al veggente di nutrirsi in pace.

Le Arpie compaiono anche in un episodio dell’Eneide di Virgilio, dove tormentano Enea e i suoi compagni durante una sosta sulle isole Strofadi, profetizzando sofferenze future per i Troiani in fuga: un’apparizione che confirma la loro funzione mitologica come agenti di punizione divina e presagio di sciagure.

Figlie di Taumante

Secondo la Teogonia di Esiodo, le Arpie sono figlie del dio marino Taumante e dell’oceanina Electra, e sorelle di Iride, la messaggera divina dell’arcobaleno: una genealogia che le colloca tra le forze primordiali della natura, a metà strada tra il mare e il cielo tempestoso che esse stesse personificano.

Un nome diventato modo di dire

Nell’Odissea, le Arpie sono già citate come responsabili di sparizioni improvvise e inspiegabili, come quella delle figlie di Pandareo: proprio da questa fama di rapitrici fulminee deriva l’uso del termine “arpia” ancora oggi, per indicare una persona rapace o spietata, testimonianza della lunga sopravvivenza culturale di queste figure ben oltre il mito originario.

La profezia di Celeno e il destino di Enea

Nell’episodio narrato da Virgilio nell’Eneide, la voce a parlare non è un’Arpia qualunque ma Celeno, la maggiore delle sorelle, che dall’alto di una rupe delle Strofadi pronuncia contro Enea e i suoi compagni una maledizione precisa: prima di poter fondare le mura della città promessa, i Troiani saranno costretti dalla fame a divorare persino le proprie mense, cioè le focacce di pane su cui avevano posato il cibo. Virgilio riprende così, in chiave latina, l’immagine greca delle Arpie come predatrici del nutrimento, ma la piega a un uso nuovo: non più solo tormento privato, come nel caso di Fineo, bensì ostacolo collettivo sulla rotta di un intero popolo in cerca di una patria.

La profezia, per quanto minacciosa, si rivelerà nei libri successivi un presagio paradossalmente favorevole: quando i compagni di Enea, ridotti alla fame in Italia, mangeranno davvero le proprie focacce insieme alla scarsa selvaggina raccolta, qualcuno esclamerà scherzosamente che si stanno “divorando le mense”, facendo capire a Enea che la profezia si è compiuta senza il disastro temuto, e che quello è dunque il luogo destinato a diventare la futura Roma. Le Arpie, nate come incarnazioni pure del terrore ellenico, finiscono così per essere assorbite dalla mitologia latina come tassello di un racconto di fondazione.

Dettagli
Tipologia
Habitat
Poteri e abilità
Punti deboli
Aspetto fisico
Tipo di creatura
Voci correlate
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