Tito Livio

Tito Livio nasce nel 59 a.C. a Patavium, l’odierna Padova, in una delle città più prospere e culturalmente vivaci della Gallia Cisalpina romanizzata. A differenza di molti storici e uomini di lettere della sua epoca, non ricopre mai cariche politiche o militari di rilievo: la sua intera esistenza si concentra sulla stesura di un’unica, colossale opera storiografica a cui dedica oltre quarant’anni di lavoro, godendo peraltro della stima personale dello stesso Augusto nonostante le sue simpatie dichiaratamente filo-repubblicane.

L’opera in questione è l’Ab Urbe Condita (“Dalla fondazione della città”), una storia di Roma in centoquarantadue libri che ripercorre l’intera vicenda romana dalle origini leggendarie fino al 9 a.C., anno della morte di Druso. Di quest’opera monumentale sono sopravvissuti solamente trentacinque libri, concentrati soprattutto nella parte iniziale dedicata alle origini e alla prima repubblica, mentre gli altri sono noti solo attraverso riassunti antichi (periochae) o citazioni indirette in autori successivi.

Sono proprio i libri superstiti a costituire una delle fonti letterarie più importanti per la mitologia delle origini di Roma: la fondazione da parte di Romolo e Remo, il ratto delle Sabine, il regno dei sette re leggendari, la cacciata dei Tarquini e la nascita della repubblica vengono narrati da Livio con un impianto che fonde senza soluzione di continuità leggenda religiosa e ricostruzione storiografica, restituendoci la versione più organica e autorevole che l’antichità romana abbia prodotto della propria mitologia fondativa.

Livio stesso, nella prefazione dell’opera, dichiara apertamente il proprio intento non meramente cronachistico ma morale: i racconti delle origini, spiega, vanno letti come exempla, modelli di virtù (o vizio) a cui i romani del suo tempo, corrotti dalle guerre civili, dovrebbero guardare per ritrovare l’austera virtus degli antenati. Questa impostazione didattica trasforma di fatto la mitologia romana delle origini in una vera e propria pedagogia civica, intrecciando indissolubilmente racconto mitico e identità morale collettiva.

Per secoli, l’Ab Urbe Condita è stata la narrazione di riferimento con cui i romani stessi hanno inteso la propria storia più antica, tanto da influenzare profondamente anche la percezione moderna della Roma delle origini: episodi come quello di Lucrezia, di Orazio Coclite o della lupa che allatta i gemelli sono giunti fino a noi soprattutto attraverso la penna di Livio, più che attraverso qualunque altra fonte antica sopravvissuta.

La critica storiografica moderna ha sollevato non pochi dubbi sull’attendibilità delle sezioni più antiche dell’opera, di fatto costruite su tradizioni orali e leggendarie prive di documentazione contemporanea verificabile; ciò non toglie nulla, tuttavia, al valore dell’Ab Urbe Condita come testimonianza insostituibile del modo in cui i romani stessi elaborarono, tramandarono e infine credettero al proprio mito delle origini.

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