Tiki è, nella mitologia polinesiana, sia il nome del primo uomo creato secondo alcune tradizioni maori, sia il termine generico che designa le sculture antropomorfe sacre, scolpite in pietra, legno o osso, che rappresentano antenati divinizzati o dèi minori (atua) in tutta l’area culturale polinesiana.
Le sculture tiki, caratterizzate da tratti stilizzati e spesso esagerati — grandi occhi, lingua sporgente, posture accovacciate di potere — venivano collocate presso i marae, i luoghi sacri di culto, o presso i confini dei villaggi, con la funzione di proteggere la comunità dalle forze malevole e di custodire il mana, la forza spirituale sacra, degli antenati rappresentati.
Presso i Maori della Nuova Zelanda, figure simili chiamate hei-tiki, realizzate tipicamente in pietra di giada (pounamu), venivano portate come pendenti sacri e tramandate di generazione in generazione all’interno delle famiglie, accumulando nel tempo il mana degli antenati che le avevano indossate.
Il tiki non è propriamente un idolo divino ma la rappresentazione dell’antenato, e in questo sta la sua differenza dai simboli religiosi delle altre tradizioni: la sua efficacia deriva dal lignaggio anziché dal culto. Le tradizioni regionali divergono sull’origine stessa di Tiki: mentre alcuni racconti lo vedono plasmato da Tane dalla terra rossa di Kurawaka, altri lo indicano come creatore a sua volta della prima donna, Marikoriko, forgiata dall’argilla — una variante che sposta il ruolo demiurgico da Tane a Tiki stesso. Gli hei-tiki indossati al collo erano quindi cimeli nominati e dotati di storia, non amuleti intercambiabili, e la loro trasmissione seguiva le regole della successione.
La sua distribuzione geografica accompagna quella della lingua: ki’i alle Hawaii, ti’i a Tahiti, tiki alle Marchesi e in Nuova Zelanda, con le forme monumentali dei moai dell’Isola di Pasqua che appartengono allo stesso sistema di rappresentazione ancestrale. La postura ricorrente — testa sovradimensionata, mani sull’addome, lingua protesa, occhi cerchiati di madreperla — codifica la genealogia e la sfida rituale, e ha un rapporto diretto con la posa della haka. Nel Novecento l’immagine è stata assorbita dalla cultura commerciale statunitense nella cosiddetta tiki culture dei bar esotici, un’appropriazione che le comunità polinesiane contestano proprio perché svuota di lignaggio un oggetto che ne era la materializzazione.
Il dono che non si acquista per sé
Presso i Maori un hei-tiki autentico non dovrebbe, secondo la consuetudine, essere comprato per sé stessi: la sua efficacia come taonga (bene sacro e prezioso) dipende dal fatto di essere ricevuto in dono, spesso da un anziano o da un parente, gesto che trasferisce simbolicamente parte del mana del donatore all’oggetto e a chi lo riceve. Le forme scolpite variano inoltre da iwi (tribù) a iwi: alcuni intagli privilegiano la testa inclinata di lato con tre dita per mano, altri una figura frontale simmetrica, differenze stilistiche che permettono spesso di risalire alla regione di provenienza di un pezzo antico.
Questo simbolo è collegato anche a Hawaiki, Tane e Kumulipo.
