Il Nodo di Iside, noto anche come tyet (“nodo dell’isis”), è un amuleto e simbolo protettivo dell’antico Egitto la cui forma richiama, per somiglianza, quella del più noto ankh, la croce ansata simbolo della vita: un’analogia che nell’iconografia funeraria egizia non è casuale.
Il simbolo è strettamente associato alla dea Iside, e in particolare al mito in cui la dea usa la propria magia per proteggere e infine far rinascere il corpo smembrato dello sposo Osiride, riassemblato pezzo dopo pezzo grazie alla sua arte magica e al suo lutto rituale.
Realizzato spesso in fayence rossa o corniola, il tyet viene posto tradizionalmente sul petto delle mummie durante l’imbalsamazione, accompagnato da una formula del Libro dei Morti che invoca proprio il “sangue di Iside” e la sua protezione magica affinché nessun male possa colpire il corpo del defunto nel suo viaggio verso l’aldilà.
Al di là del contesto strettamente funerario, il Nodo di Iside compare anche su architravi e cornici di templi come simbolo generale di protezione magica, testimoniando come la figura di Iside, dea guaritrice e maga per eccellenza, fosse invocata non solo per garantire la rinascita nell’aldilà ma anche per proteggere i vivi dalle forze del male in questa vita.
Un motivo architettonico: il tyet e il pilastro djed
Nei fregi decorativi di templi ed edifici funerari, il tyet compare spesso alternato al pilastro djed, il simbolo della stabilità associato a Osiride: la sequenza ripetuta dei due segni, dipinta lungo cornici e architravi, traduce visivamente l’unione della coppia divina, coniugando la stabilità del defunto risorto con la protezione magica della sposa che lo ha rianimato. Questo abbinamento ricorre, tra gli altri contesti, nei templi tolemaici di File e Dendera, dove le due iscrizioni geroglifiche accompagnano rappresentazioni della coppia in scene di offerta, testimoniando come il legame tra Iside e Osiride fosse pensato non solo in termini narrativi ma anche come principio decorativo capace di trasmettere protezione all’intero edificio sacro. Con la diffusione del culto isiaco in età ellenistica e romana, il tyet superò i confini dell’Egitto: sacerdotesse del culto di Iside a Roma e Pompei lo indossavano come gioiello identificativo, segno che il simbolo aveva ormai acquisito un valore devozionale autonomo, staccato dal contesto funerario originario.
Il nodo di Iside e l’ankh a confronto
Pur essendo entrambi simboli di protezione vitale, il tyet e l’ankh si differenziano per sfumatura: mentre l’ankh rappresenta la vita in senso universale, concessa dagli dèi a chiunque la porti, il nodo di Iside è più specificamente legato alla protezione materna e rigenerativa incarnata dalla dea, un potere che si estende in particolare ai momenti di passaggio e vulnerabilità, come la nascita, la malattia e la morte stessa.
