Prima di affrontare il passaggio più temuto del viaggio, gli Argonauti fanno tappa in Tracia, presso il regno del vecchio indovino cieco Fineo, punito dagli dèi con la cecità e con il tormento perpetuo delle Arpie, creature alate che gli rubano o contaminano ogni cibo prima che possa nutrirsene. Zete e Calaide, figli alati del vento Borea e membri dell’equipaggio, danno la caccia alle Arpie e le scacciano per sempre, liberando Fineo dal supplizio.
Riconoscente, Fineo rivela agli Argonauti il segreto per superare le Simplegadi, le Rocce Cozzanti che sorvegliano l’ingresso del Mar Nero: due scogli mobili che si scontrano con violenza a ogni imbarcazione che tenta di passare tra di essi, frantumando lo scafo di chiunque non conosca lo stratagemma giusto per attraversarli incolume.
Seguendo il consiglio del veggente, Giasone ordina di liberare una colomba davanti alla prua della nave Argo appena in vista delle rocce: l’uccello vola tra le due masse, che si richiudono di scatto perdendo soltanto le penne della coda. Nell’istante in cui gli scogli iniziano a riaprirsi per prepararsi al colpo successivo, gli Argonauti remano con tutte le forze, incitati dalla trave oracolare incastonata nella prua, e riescono a superare il varco perdendo soltanto un frammento della poppa.
Il passaggio delle Simplegadi segna una svolta cosmica oltre che narrativa: secondo la tradizione, dal momento in cui la prima nave le attraversa senza essere distrutta, le rocce si immobilizzano per sempre, private del potere di muoversi. Il mito racconta così l’apertura definitiva del Mar Nero alla navigazione greca, un confine minaccioso trasformato in rotta percorribile grazie al coraggio della prima spedizione a osarlo.
Oltre le rocce ormai placate, l’Argo prosegue costeggiando le terre selvagge dell’Asia Minore settentrionale, tra i Mariandini e le Amazzoni del Termodonte, in un susseguirsi di soste che consolidano la fama della spedizione lungo tutta la costa meridionale del Mar Nero, prima dell’approdo decisivo alla foce del fiume Fasi, alle porte della Colchide.
Giunti finalmente al regno del re Eeta, custode del Vello d’Oro, gli Argonauti comprendono che la parte più pericolosa del viaggio marittimo è ormai alle spalle: davanti a loro restano le prove ben più insidiose imposte da un sovrano deciso a non cedere il proprio tesoro senza una lotta impossibile da vincere con la sola forza.
La prova delle Simplegadi diventa, nella tradizione successiva, un topos ricorrente per indicare qualunque passaggio obbligato tra due pericoli ugualmente mortali, un’immagine tanto potente da essere ripresa da filosofi e poeti per secoli come metafora della scelta impossibile che, superata con astuzia e coraggio collettivo, apre la strada a un destino altrimenti precluso.
Fineo stesso, prima di congedare gli eroi, li avverte che le Simplegadi rappresentano soltanto la prima di una serie di prove capaci di mettere alla prova non la forza bruta, già ampiamente dimostrata da Eracle nella prima parte del viaggio, ma la capacità di osservare, calcolare il momento giusto e agire in perfetta sincronia come equipaggio: una lezione che si rivelerà preziosa anche nelle sfide che attendono Giasone alla corte di Eeta.
