Ryūgū-jō, il “Palazzo del Drago”, è la dimora sottomarina del dio drago Ryūjin, sovrano degli oceani nella mitologia giapponese, immaginata come un castello fastoso costruito interamente di corallo rosso e bianco, con torri di cristallo e giardini che mutano colore secondo le stagioni pur trovandosi in un luogo dove il tempo scorre in modo del tutto diverso rispetto al mondo di superficie. Il palazzo è tradizionalmente raggiungibile solo attraverso l’aiuto di creature marine, in particolare tartarughe, che fungono da guide e traghettatrici per i rari esseri umani ammessi a visitarlo.
Il racconto che ha reso Ryūgū-jō celebre in tutto il Giappone è quello di Urashima Tarō, il pescatore che, dopo aver salvato una tartaruga marina maltrattata da alcuni bambini, viene condotto al palazzo sottomarino come ospite d’onore della principessa Otohime, figlia di Ryūjin. Trascorsi quelli che gli sembrano pochi giorni di festeggiamenti e meraviglie, Urashima torna sulla terraferma scoprendo che sono passati centinaia di anni: aprendo, contro l’avvertimento della principessa, lo scrigno (tamatebako) che lei gli aveva donato come unico legame rimasto con Ryūgū-jō, invecchia all’istante di tutti gli anni trascorsi, dissolvendo per sempre il ponte tra i due mondi.
Questa discrepanza temporale tra Ryūgū-jō e il mondo umano non è un semplice espediente narrativo, ma riflette una concezione cosmologica più ampia condivisa da molte culture marittime: il regno sottomarino come dimensione parallela dove le leggi ordinarie del tempo e dello spazio non si applicano, analoga per funzione simbolica al mondo sotterraneo di Yomi visitato da Izanagi, sebbene diametralmente opposta nel tono, luminosa e festosa anziché oscura e corrotta.
Il legame tra Ryūgū-jō e il dio del mare e delle tempeste Susanoo emerge in varianti meno note del corpus mitologico, dove il regno di Ryūjin viene talvolta presentato come un dominio sottoposto all’autorità superiore di Susanoo in quanto signore degli oceani e delle tempeste per investitura di Izanagi: una gerarchia che, pur non sempre coerente tra le diverse fonti, testimonia come anche i domini più remoti e fantastici della cosmologia giapponese restassero concettualmente ancorati alla genealogia divina primigenia stabilita nel Kojiki.
Nella cultura popolare successiva, Ryūgū-jō è diventato sinonimo di un paradiso irraggiungibile e temporaneo, il cui prezzo per il visitatore umano è sempre, in qualche forma, la perdita del proprio tempo e del proprio mondo d’origine: un tema che accomuna il racconto di Urashima Tarō ad altre narrazioni globali sul “tempo alterato nell’aldilà”, rendendo il palazzo uno dei luoghi più ricorrenti nell’iconografia, nel teatro e persino nei giardini a tema di tutto il Giappone moderno.
