Periodo storico
Età avestica, tramandato fino al Bundahishn
Fonti
Avesta; Bundahishn; Shahnameh di Ferdowsi

Alborz

Harā Bərazaitī
Catena montuosa mitica che sostiene la volta celeste e segna il centro dell’universo zoroastriano.

Nell’immaginario cosmologico zoroastriano, il monte Alborz — chiamato nell’Avesta Harā Bərazaitī, «l’Alta Guardiana» — non è una semplice catena montuosa, ma l’asse stesso attorno a cui gira l’universo. Le fonti più antiche lo descrivono come la prima montagna emersa dalle acque primordiali, tanto vasta da circondare l’intera terra come un anello, con la cima più alta, chiamata Hukairya, che tocca la volta celeste. Da questa vetta, secondo l’Avesta, scaturisce ogni acqua del mondo, raccolta poi nel mare cosmico Vourukasha prima di irrigare i sette climi (kešvar) in cui gli antichi Persiani immaginavano diviso il pianeta.

Il ruolo di Alborz nella cosmologia zoroastriana è innanzitutto astronomico: attorno alla sua sommità ruotano il sole, la luna e le stelle, in un movimento che scandisce l’alternarsi del giorno e della notte. È inoltre la soglia geografica più vicina al regno dei morti: le sue pendici orientali confinano, nella geografia mitica avestica, con la regione da cui inizia il cammino dell’anima verso il ponte Chinvat, descritto nella tradizione del ponte Chinvat e il giudizio dell’anima. Attraversare simbolicamente Alborz significava dunque avvicinarsi al confine tra il mondo dei viventi e quello ultraterreno, un tema che ricorre in più strati del pensiero religioso persiano.

Sulle vette di Alborz, secondo lo Shahnameh e altre fonti epiche successive, nidifica anche il Simorgh, l’uccello mitico saggio e protettore che soccorre eroi come Zal e Rostam. La montagna diventa così anche il rifugio di creature straordinarie, mediatrici tra il mondo umano e quello sovrannaturale: un luogo troppo remoto e sacro per essere raggiunto dai comuni mortali, ma non del tutto separato dalle loro vicende, poiché da lì scendono aiuti decisivi nei momenti di crisi della narrazione epica.

Il Bundahishn, il trattato cosmogonico medio-persiano dedicato alla «creazione originaria», dedica ad Alborz una sezione articolata, descrivendone la crescita in due fasi: emerge dal terreno in ottocento anni e continua a crescere per altri seicento, fino a raggiungere la sua altezza definitiva. Il testo elenca inoltre le altre catene minori che si dice siano germinate come radici di Alborz, componendo un intero sistema orografico mitico che rispecchia, in forma sacra, la geografia reale dell’altopiano iranico.

Con il tempo, il nome Alborz è passato dalla cosmologia religiosa alla geografia reale: la catena montuosa che oggi separa l’altopiano iranico dal Mar Caspio porta ancora questo nome, segno di quanto profondamente il mito abbia plasmato la percezione del paesaggio. Anche dopo l’islamizzazione della Persia, la memoria della montagna cosmica è rimasta viva nella letteratura epica, mostrando come luoghi mitici e luoghi reali, nell’immaginario persiano, non siano mai stati del tutto separati.

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