Ganesha, la divinità dalla testa di elefante figlio di Shiva e Parvati, è tra le figure più venerate e riconoscibili dell’intero pantheon induista. Conosciuto come Vighnaharta, «colui che rimuove gli ostacoli», e Vinayaka, «il signore supremo», Ganesha viene invocato all’inizio di ogni impresa, cerimonia religiosa, viaggio o progetto: nessun rito indù si considera completo senza la sua benedizione preliminare. La sua immagine, con il ventre prominente, le grandi orecchie e la proboscide curva, è tanto diffusa in India quanto tra le comunità della diaspora indiana nel mondo, dai piccoli altari domestici ai templi monumentali.
Il racconto della sua nascita, narrato in dettaglio nel mito La nascita di Ganesha, spiega l’origine della sua iconografia. Secondo la tradizione più diffusa, Parvati plasmò un bambino dall’impasto di curcuma e argilla che usava per il bagno, dandogli vita per farne un guardiano fedele. Quando Shiva, ignaro della sua identità, tentò di entrare negli appartamenti della moglie, il giovane gli sbarrò il passo; nell’ira che ne seguì, Shiva gli recise il capo. Al dolore inconsolabile di Parvati, Shiva promise di rimediare: ordinò ai suoi servitori di portare la testa della prima creatura incontrata rivolta a nord, che si rivelò un elefante, e la innestò sul corpo del figlio, restituendogli la vita.
L’iconografia di Ganesha è ricca di significati simbolici. La sua zanna spezzata, che tiene spesso in una delle quattro mani, ricorda la leggenda per cui egli stesso la ruppe per usarla come stilo mentre trascriveva a memoria il Mahabharata dettato dal saggio Vyasa, ponendo come condizione di non fermarsi mai durante la recitazione. Il topo Mushika, suo veicolo (vahana), rappresenta il desiderio domato dall’intelligenza; il ventre capace di digerire ogni esperienza, buona o cattiva, simboleggia l’equanimità; le grandi orecchie invitano all’ascolto più che al parlare. I dolci modak che tiene in mano alludono alla dolcezza della saggezza conquistata attraverso lo sforzo.
Oltre a essere il rimotore degli ostacoli, Ganesha è patrono delle arti, delle scienze e dell’intelletto, ed è invocato dagli studenti prima degli esami e dagli scrittori prima di intraprendere un’opera. Il suo ruolo di scriba del Mahabharata lo lega indissolubilmente alla trasmissione della conoscenza sacra: la tradizione vuole che sia stato lui a fissare per iscritto l’epopea che Vyasa recitava a memoria, un compito che nessun’altra divinità avrebbe potuto svolgere con la stessa pazienza e precisione.
Figlio di Shiva e Parvati e fratello del dio della guerra Kartikeya, Ganesha occupa una posizione unica nella famiglia divina dello Shivaismo: pur non essendo tra le divinità supreme come Shiva, Vishnu o la Grande Dea, è probabilmente il dio più universalmente invocato nella vita quotidiana induista. La festa annuale di Ganesh Chaturthi, che celebra la sua nascita con processioni, canti e l’immersione rituale di immagini d’argilla nelle acque, è oggi una delle celebrazioni religiose più partecipate dell’India, capace di riunire milioni di devoti a Mumbai e in tutto il subcontinente.
