I Lemuri sono, nella religione romana, gli spiriti inquieti dei defunti privi di una collocazione serena nell’aldilà: anime di chi è morto senza discendenti che ne perpetuassero il culto, o di chi ha subito una morte violenta e prematura, condannate a vagare tra i vivi in cerca di pace o, secondo l’interpretazione più temuta, spinte da un desiderio di vendetta verso i viventi. Il termine, di etimologia incerta, viene talvolta accostato a “Remuria”, la cerimonia in onore di Remo, il gemello ucciso da Romolo nella contesa fondativa per la sovranità sul Palatino.
Secondo Ovidio, che dedica ai Lemuri un intero passo dei Fasti, fu proprio Romolo a istituire il rito propiziatorio per placare lo spirito del fratello assassinato, dopo che il fantasma di Remo gli sarebbe apparso in sogno lamentandosi di essere stato escluso dagli onori funebri dovuti. Da questo episodio fondativo deriverebbe la festa delle Lemuria, celebrata nelle notti del 9, dell’11 e del 13 maggio, giorni ritenuti religiosamente infausti (dies religiosi) in cui i templi restavano chiusi e i matrimoni erano proibiti.
Il rito domestico per allontanare i Lemuri, descritto da Ovidio con dovizia di particolari, prevedeva che il capofamiglia si alzasse a mezzanotte, camminasse a piedi nudi e compisse un gesto rituale con le dita (il segno detto mano fica, pollice chiuso tra indice e medio, apotropaico contro gli spiriti maligni), quindi gettasse alle proprie spalle nove fave nere pronunciando nove volte la formula “Con queste fave mi riscatto, e riscatto i miei”; senza voltarsi, il capofamiglia lavava poi le mani in acqua corrente e batteva insieme utensili di bronzo, invitando gli spiriti ad allontanarsi dalla casa con la formula “Mani dei padri, uscite”.
I Lemuri si distinguono concettualmente da altre categorie di spiriti della religione romana: i Mani, spiriti ancestrali benevoli oggetto di culto regolare e commemorati nel mese di febbraio durante i Parentalia, e i Lari, protettori tutelari del focolare domestico e degli incroci stradali. I Lemuri rappresentano invece il polo negativo e non pacificato della sopravvivenza dopo la morte: laddove i Mani ricevono onori e restano parte della memoria familiare, i Lemuri sono anime prive di riposo, la cui presenza va attivamente scongiurata piuttosto che onorata.
Con il tempo, il termine “lemures” finisce per indicare più genericamente qualunque fantasma o spettro notturno nella letteratura latina, un uso che sopravvive fino all’età moderna: il naturalista Carl Linnaeus riprenderà proprio il nome latino “Lemures” per battezzare i primati notturni del Madagascar, i lemuri, colpito dai loro grandi occhi luminosi nell’oscurità e dai richiami simili a lamenti che ne ricordavano, secondo lui, gli spettri della tradizione romana.
La sopravvivenza del culto dei Lemuri fino alla tarda antichità testimonia quanto la religione romana, pur nella sua ufficialità politica e nella sua articolata teologia degli dèi maggiori, restasse profondamente permeata da pratiche apotropaiche domestiche di origine più antica, in cui il confine tra religione di stato e superstizione familiare risultava assai più sfumato di quanto la storiografia successiva abbia talvolta voluto rappresentare.
