Nel folclore russo, Baba Jaga occupa una posizione narrativa molto precisa: non vive nel villaggio né in un luogo qualunque della foresta, ma esattamente al confine tra il mondo degli uomini e quello dell’aldilà, spesso oltre il fiume di fuoco Smorodina e il ponte Kalinov. La sua isba, costruita su zampe di gallina e capace di ruotare su se stessa, è essa stessa un dispositivo di soglia: gira fino a mostrare la porta solo a chi pronuncia la formula rituale corretta, filtrando così chi può attraversare quel confine e chi no.
Questo percorso tematico raccoglie le fiabe in cui un giovane protagonista, quasi sempre una ragazza orfana o maltrattata in casa, viene inviato o fugge verso la casa di Baba Jaga, dove deve superare una serie di prove — filare, separare semi, servire la strega senza lamentarsi — prima di poter tornare indietro, spesso con un dono (un teschio luminoso, un consiglio, un oggetto magico) che ristabilisce la giustizia nella sua famiglia d’origine.
La funzione di Baba Jaga in questi racconti è ambigua per costruzione: non è mai puramente malvagia né puramente benevola, ma agisce come un test incarnato, una soglia che verifica se il protagonista possieda le qualità (pazienza, cortesia, capacità di ascoltare) necessarie per attraversare il confine e tornare arricchito dall’esperienza. Chi si comporta con arroganza o pretende senza dare nulla in cambio viene punito o divorato; chi rispetta le regole non scritte dello scambio riceve protezione e doni.
Un caso esemplare di questo schema è la storia di Vasilisa Premudraja, mandata dalla matrigna a chiedere fuoco proprio alla casa di Baba Jaga: superate le prove domestiche imposte dalla strega, Vasilisa torna con un teschio dagli occhi ardenti che, riportato a casa, punisce la matrigna e le sorellastre crudeli. La struttura è identica in decine di varianti regionali, a conferma che non si tratta di un episodio isolato ma di un vero e proprio schema narrativo ricorrente, un rito di passaggio femminile trasferibile da un’eroina all’altra.
Da un punto di vista comparativo, la figura della “strega della soglia” custode di un confine tra i mondi trova eco in numerose altre tradizioni: dalle streghe scandinave che vivono ai margini del Midgard alle figure di passaggio del folclore celtico. Ciò che distingue la variante slava è la centralità quasi geografica della soglia stessa — il ponte, il fiume, l’isba rotante — più che della sola figura della strega, come se il confine fisico fosse tanto protagonista del racconto quanto Baba Jaga in persona.
Il percorso della “strega della soglia” resta uno dei motivi più produttivi della fiaba russa, capace di generare varianti sempre nuove pur mantenendo intatta la sua funzione strutturale: mettere alla prova chi tenta il passaggio, e restituire, a chi lo supera con onestà, un dono che ristabilisce l’ordine sociale interrotto.
