Periodo storico
Grecia arcaica (tradizione orale a partire dall'VIII sec. a.C.)
Fonti
Apollonio Rodio, Argonautiche IV; Apollodoro, Biblioteca I.9

La conquista del Vello d’Oro

Con la magia di Medea, Giasone addormenta il drago custode e conquista il Vello d'Oro, fuggendo dalla Colchide inseguito dal re Eeta lungo un drammatico viaggio di ritorno verso Iolco.

Scoperto il piano del padre di distruggere la nave Argo e uccidere l’intero equipaggio, Medea non esita: nel cuore della notte conduce Giasone fino al boschetto sacro consacrato ad Ares, dove il Vello d’Oro pende da una quercia, custodito giorno e notte da un drago immenso che non chiude mai occhio.

Con il canto e le erbe magiche apprese dalla propria arte, discendente da quella della maga Ecate, Medea intona un incantesimo che induce nel drago un sonno innaturale, mentre asperge la creatura con un filtro capace di placarne per qualche istante la ferocia leggendaria. È il primo caso, nella tradizione greca, in cui un mostro invincibile alla forza viene sconfitto non in duello ma con un sortilegio, un dettaglio che sposta il baricentro dell’intera impresa dall’eroismo militare all’intelligenza e alla magia femminile.

Con il drago finalmente addormentato, Giasone stacca il Vello dalla quercia e, insieme a Medea, raggiunge di corsa la nave Argo, dove l’equipaggio attende pronto a salpare all’istante, consapevole che l’inganno di Eeta sarebbe stato scoperto al levar del sole. La fuga notturna segna la fine ufficiale della missione affidata da Pelia, ma anche l’inizio di un lungo e pericoloso viaggio di ritorno, reso ancora più incerto dalla ferma decisione di Eeta di dare la caccia ai fuggitivi.

Per rallentare l’inseguimento della flotta paterna, secondo la versione più diffusa del mito, Medea non esita a compiere un gesto atroce, sacrificando il fratello minore Absirto durante la fuga e disperdendone i resti nelle acque: costretto a fermarsi per raccogliere pietosamente ogni frammento del figlio, Eeta è infine costretto ad abbandonare l’inseguimento diretto, permettendo alla Argo di guadagnare un vantaggio decisivo verso il mare aperto.

Il ritorno in Grecia, narrato con minore dettaglio rispetto all’andata ma non meno ricco di prove, attraversa rotte alternative secondo le diverse versioni del mito — talvolta il fiume Istro, talvolta il periplo intorno all’Italia con la tappa presso la maga Circe, zia di Medea, chiamata a purificare i due amanti dal sangue versato — prima dell’approdo finale a Iolco, dove Giasone consegna il Vello d’Oro allo zio Pelia, credendo così di aver conquistato in modo definitivo il trono che gli spetta di diritto.

La conquista del Vello segna il culmine narrativo del ciclo argonautico, ma non la sua conclusione morale: il patto stretto con Medea nel momento del bisogno, fondato su una promessa di matrimonio pronunciata sotto la minaccia della morte, porterà con sé conseguenze che si dispiegheranno soltanto anni più tardi, quando Giasone deciderà di sciogliere quello stesso legame per un’unione politicamente più vantaggiosa.

Il tradimento familiare compiuto da Medea per amore di uno straniero diventerà, nei secoli successivi, uno dei nuclei narrativi più discussi dell’intera mitologia greca: già nell’antichità autori come Euripide interrogano la responsabilità morale di una scelta che privilegia la passione individuale sul legame di sangue, ponendo le basi per la tragica parabola che attende la coppia dopo il ritorno a Iolco, quando il tradimento subito da Medea rispecchierà, in una crudele inversione, quello da lei stessa inflitto al padre e al fratello.

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